S come “Shaboo.” (o G come Gianluca Ferraris)

SHABOOA Milano, la Presunta Metropoli, stretta nella morsa del caldo estivo, il giornalista free lance, un po’ tossico e piuttosto incasinato, Gabriele Sarfatti è  alle prese con un’altra indagine: una nuova droga è arrivata in città, costa poco ed è molto pericolosa, lascia diverse vittime dietro di sé e nemmeno chi la spaccia si sente al sicuro. Continua a leggere

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T come “Tutti gli uomini di mia madre”. (o K come Kerry Hudson) #ibc16 n° 9

HUDSONLa madre perfetta non esiste. Pare invece che il mondo sia popolato da innumerevoli madri sbagliate che si ritrovano tra le mani altrettanti figli sbagliati e non sanno che farsene, non sanno da dove cominciare, non riescono a capire, non vogliono rinunciare alla vita come era prima e si ritrovano a combinare dei casini inenarrabili, dai quali, poi, i figli dovranno districarsi più o meno da soli, secondo regole non scritte che dettano una sorta di vademecum per la sopravvivenza. Continua a leggere

A come “A con Zeta”. (o H come Hakan Günday)

a con zetaDerdâ e Derda.

Lei ha 11 anni, non ha un padre, scomparso nel nulla subito dopo la sua nascita, la madre le fa abbandonare la scuola e la dà in sposa ad un uomo che la porta via dalla sua terra, la Turchia, per seguirlo a Londra. Un marito spietato e crudele che la maltratta e la umilia per i successivi 5 anni. 5 anni durante i quali Derdâ non esce nemmeno di casa, non impara una parola di inglese, non sa cosa sia il mondo fuori dalla sua finestra.

Lui vive ad Istanbul, in una baracca costruita a ridosso del muro di cinta del cimitero, dove si guadagna la cena lucidando le tombe. Il padre è in prigione, la madre muore a causa di una grave malattia. Rimasto solo, per non rischiare di finire in orfanotrofio, è necessario prendere in mano le sorti della propria vita. Non è il momento di piangere, ma di agire con lucidità. Continua a leggere

C come “Carne viva”. (o M come Merritt Tierce)

CARNEE’ talmente viva, nuda, scorticata e dolorante, la carne di Carne Viva, che te la senti addosso, ti brucia sulla pelle, centimetro dopo centimetro. Senti il dolore delle ferite, dentro e fuori, la senti marchiata a fuoco, senti l’odore della stanchezza, la sensazione di inadeguatezza, senti la “botta” salire e scendere. Senti in bocca il sapore di una vita vissuta al limite tra l’eccesso di scrupolo, il tentativo quasi maniacale di tenere sotto controllo ciò che è fuori e il totale sfascio di sé, quella certezza di essere talmente fuori posto da doversi autodistruggere a tutti i costi. Continua a leggere

G come “Gaza Blues”. (o E come Etgar Keret e S come Samir El-Youssef)

gaza bluesAvevo sentito parlare di questo libro, non ricordo dove. Ma non ci avevo più pensato. Poi me lo sono ritrovato davanti, tra fantastiliardi di libri, al Salone a Torino e ho pensato “guarda qua questo libro di cui avevo sentito parlare, se mi è capitato tra le mani vuol dire che devo proprio leggerlo.”

Mi aspettavo qualcosa di diverso. Cioè, quando ho letto che l’intento era quello di provare al mondo che uno scrittore israeliano e uno scrittore palestinese potessero fare qualcosa insieme, ho pensato che si fossero davvero messi insieme a lavorare su qualcosa di comune. Invece mi pare di capire, con il beneficio del dubbio, che ognuno abbia fatto la sua parte, bene, ci mancherebbe, e qualcun altro abbia pensato di metterle insieme e mostrarci, nello stesso posto, i diversi punti di vista, in termini di “normalità” delle vite vissute, in una situazione che di normale non ha assolutamente nulla e che si protrae da un tempo che nessuno manco ricorda. Non riesco a percepire l’intento della comunione. Continua a leggere