“La pizza per autodidatti.” (Cristiano Cavina)

cavina2Cristiano Cavina è uno che, se lo porti in macchina da Milano a Solonghello, non apre bocca, se ne sta zitto zitto seduto dietro, e ok, era mattino e si era alzato presto, però poi arriva a SPAM e, quando tocca a lui, inizia a raccontare la sua storia, la pizza, Casola, la famiglia, l’ITIS, la Dandini che lo scambia per un tecnico, e non si ferma più e tu staresti lì delle ore ad ascoltarlo e alla fine gli vuoi bene per sempre.  Continua a leggere

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A come “Ancóra.” (o H come Hakan Günday)

ancora_webQuesto romanzo è un pugno allo stomaco, anzi, una serie di pugni allo stomaco, pagina dopo pagina, fino alla 489esima.

Siamo in Turchia, paese ponte tra l’Oriente e l’Occidente, da cui transita qualsiasi merce illegale, nel caso di questa storia parliamo di uomini, carne umana. Continua a leggere

B come “Bambini nel tempo.” (o R come Ricardo Menéndez Salmón)

bambini-nel-tempoL’impossibile sopravvivenza di una coppia alla morte del figlio; tutto ciò che ne rimane, la casa che è una giungla infestata di belve feroci, i silenzi che allontanano sempre di più, un simulacro di vita, fatta di giorni che si susseguono identici; e poi la rottura, che arriva vestita a festa, elegante e bella, e che lascia dietro di sé le macerie del crollo, la prima notte triste, che è la più lunga delle notti tristi ancora da vivere. Continua a leggere

D come “Dobbiamo trovarla”. (o L come Lisa Gardner)

dobbiamo-trovarla_webFlora è tornata. Dopo 472 giorni trascorsi rinchiusa in una cassa di legno di pino, in balia della violenza e della follia del suo sequestratore, Flora torna a casa. La trovano, la liberano, la riportano tra le braccia della madre.

Ma forse Flora non è tornata davvero. La Florence Dane che viveva prima della cassa non c’è più, ha lasciato spazio alla nuova Flora, quella che non ha chiuso i conti con i 472 giorni di prigionia, e che darà del filo da torcere alla detective D.D. Warren. Continua a leggere

A come “A con Zeta”. (o H come Hakan Günday)

a con zetaDerdâ e Derda.

Lei ha 11 anni, non ha un padre, scomparso nel nulla subito dopo la sua nascita, la madre le fa abbandonare la scuola e la dà in sposa ad un uomo che la porta via dalla sua terra, la Turchia, per seguirlo a Londra. Un marito spietato e crudele che la maltratta e la umilia per i successivi 5 anni. 5 anni durante i quali Derdâ non esce nemmeno di casa, non impara una parola di inglese, non sa cosa sia il mondo fuori dalla sua finestra.

Lui vive ad Istanbul, in una baracca costruita a ridosso del muro di cinta del cimitero, dove si guadagna la cena lucidando le tombe. Il padre è in prigione, la madre muore a causa di una grave malattia. Rimasto solo, per non rischiare di finire in orfanotrofio, è necessario prendere in mano le sorti della propria vita. Non è il momento di piangere, ma di agire con lucidità. Continua a leggere