L come “Le streghe di Lenzavacche”. (o S come Simona Lo Iacono) #ibc16 n°7

lenzavacche“Dichiaro che tra le molte donne che io condussi al rogo per presunta stregoneria, non ve ne era una sola della quale avrei potuto dire con sicurezza che fosse una strega. Trattate i superiori ecclesiastici, i giudici e me stesso come quelle povere infelici, sottoponeteci agli stessi martiri e scoprirete in noi tutti dei maghi”.

FRIEDRICH SEPE, confessore delle streghe condannate al rogo in Würzburg, 1631

A Lenzavacche, un piccolo paesino della Sicilia, sorge una villa, una vecchia dimora di caccia, sormontata dallo stemma nobiliare degli Astolfo. Nel 1600 alcune donne emarginate dalla società, mogli abbandonate, ragazze gravide, figlie reiette, si riunirono nella villa, creando una vera e propria comune di condivisione, ma vennero fraintese, bollate come streghe e sterminate crudelmente. Solo una si salvò, l’unica che poté quindi dare vita ad una lunga stirpe di donne di sapienza, di lettere e di magia. Continua a leggere

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L come “La buona legge di Mariasole.” (o L come Luigi Romolo Carrino)

carrinoUno dei ricordi più vivi di quando è nato il mio primo figlio è stato l’attimo preciso in cui, obbedendo ad una muta legge del dna, mi sono trasformata in una bestia feroce. E’ uscito dal mio corpo, me l’hanno messo sulla pancia e io ho affilato gli artigli, per poterlo avvolgere e proteggere da tutto e da tutti. Ogni volta che qualcuno si avvicinava a lui (compreso il padre), mi partiva dentro un ruggito silenzioso, un monito per chi mi stava davanti “Questa è la mia carne, non la toccare.” Pare sia una indiscutibile e immutabile legge della natura. Continua a leggere

G come “Gaza Blues”. (o E come Etgar Keret e S come Samir El-Youssef)

gaza bluesAvevo sentito parlare di questo libro, non ricordo dove. Ma non ci avevo più pensato. Poi me lo sono ritrovato davanti, tra fantastiliardi di libri, al Salone a Torino e ho pensato “guarda qua questo libro di cui avevo sentito parlare, se mi è capitato tra le mani vuol dire che devo proprio leggerlo.”

Mi aspettavo qualcosa di diverso. Cioè, quando ho letto che l’intento era quello di provare al mondo che uno scrittore israeliano e uno scrittore palestinese potessero fare qualcosa insieme, ho pensato che si fossero davvero messi insieme a lavorare su qualcosa di comune. Invece mi pare di capire, con il beneficio del dubbio, che ognuno abbia fatto la sua parte, bene, ci mancherebbe, e qualcun altro abbia pensato di metterle insieme e mostrarci, nello stesso posto, i diversi punti di vista, in termini di “normalità” delle vite vissute, in una situazione che di normale non ha assolutamente nulla e che si protrae da un tempo che nessuno manco ricorda. Non riesco a percepire l’intento della comunione. Continua a leggere