L come “La buona legge di Mariasole.” (o L come Luigi Romolo Carrino)


carrinoUno dei ricordi più vivi di quando è nato il mio primo figlio è stato l’attimo preciso in cui, obbedendo ad una muta legge del dna, mi sono trasformata in una bestia feroce. E’ uscito dal mio corpo, me l’hanno messo sulla pancia e io ho affilato gli artigli, per poterlo avvolgere e proteggere da tutto e da tutti. Ogni volta che qualcuno si avvicinava a lui (compreso il padre), mi partiva dentro un ruggito silenzioso, un monito per chi mi stava davanti “Questa è la mia carne, non la toccare.” Pare sia una indiscutibile e immutabile legge della natura.

Mariasole Simonetti si fa piccola nella mano che suo figlio Antonio le stringe forte, mentre seguono il carro funebre che porta suo marito, Giovanni Farnesini, al cimitero di Poggioreale.

E’ una figlia della camorra, una moglie della camorra, una vedova della camorra. Ha saputo di essere una vedova della camorra nel momento esatto in cui è diventata una moglie, ha sposato l’uomo e ha sposato anche la sua morte.

Ma Mariasole Simonetti non può cedere alle urla del dolore, non può rischiare di prendere una storta sui sampietrini con quei tacchi alti, di cadere e non avere più la forza di alzarsi. Ha un dovere molto più grande del diritto di fare cento e uno strilli e di piangere il suo dolore. Ha il dovere di portare avanti il potere di due famiglie, di proteggerne l’onore e gli interessi. Ma, più di ogni altra cosa, ha il dovere di proteggere suo figlio Antonio, di tirarlo fuori da un futuro già scritto, ha il dovere di affilare gli artigli per poterlo avvolgere in una gabbia sicura, e di ruggire dentro e fuori per dire che, adesso, si fa come dice lei. E per farlo è disposta a tutto, è disposta ad accettare questa sua eredità, a decidere le prossime mosse e le prossime vite, ad uccidere con le sue stesse mani.

La ferocia di una madre non si ferma di fronte a nulla. Così è scritto.

La voce triste e delicata di Mariasole Simonetti ti sbatte in faccia una Napoli che pochi sanno davvero com’è, con una potenza e un magnetismo che ti portano a pensare che, forse, sia tutto giusto così.

“Il coperchio della bara ti scompare dai miei occhi e io zitta. Adesso devo uscire e camminare a piedi fino alla fine del viale. Resta di andare al cimitero con le macchine e tu davanti che ci fai strada. Poi te ne vai sottoterra. Poi è finita.

Zitta, esco fuori. Ti prego, dammi la forza. Mi metto davanti alla gente che ti aspetta, senza una parola che sia una, nascosta dietro le lenti scure per il sole. Non sei ancora completamente fuori dal portoncino che già scatta l’applauso. Il figlio di Musso sbatte le mani forte, lacrime agli occhi. La moglie di Totore ‘O Scannato si dispera, vuole abbracciarmi. Mia madre la scansa con una manata, gentilmente.

Il viale di casa nostra è lungo. Andiamo, Giova’. Ti portano a spalla fino all’incrocio. Ferdinando e Cosimo ti tengono davanti, Peppino e Marietto dietro. Io e Antonio appresso e appresso tutti gli altri.

Zitta cammino dietro di te. Mi metto piccola nella mano che tuo figlio mi stringe comme a che. Mi metto sotto il braccio di mia madre e lei lo pensa che se cado non tengo la forza di rialzarmi da terra, lei lo pensa che posso prendermi una storta sui sampietrini con questi tacchi e che posso fare un colpo di tosse e perdere l’equilibrio e possono cadermi gli occhiali e tutti vedrebbero la faccia mia accartocciata da un pudore scostumato. Dietro di te ora ho il diritto di fare cento e uno strilli, ho il dovere di morire pazza appresso a te, perché la gente lo vuole vedere il mio dolore e se lo vuole piangere anche per me.

Scusami, dammi la forza e scusami, Giova’, se io appresso a te zitta mi muoio.”

LA BUONA LEGGE DI MARIASOLE – L. R. CARRINO

EDIZIONI e/ocollezione Sabot/Age

PREZZO DI COPERTINA: € 16,00

LO TROVATE QUI

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